Liberamensa. Ristorante in carcere

Il ristorante Liberamensa apre dietro le sbarre del carcere delle Vallette

L’iniziativa a Torino: si prenoterà due giorni la settimana.  Il cibo può rendere liberi. Almeno può liberare la mente, in attesa della fine pena e, magari, una volta fuori dalle Vallette, diventerai un cuoco, un panettiere, un pasticciere o metterai su un ristorante tutto tuo.

Per adesso il ristorante lo gestisci all’interno del carcere delle Vallette, a Torino, due sere la settimana, facendo parte del gruppo di detenuti che lavora per la cooperativa Liberamensa: con le nuove assunzioni, 16 detenuti tra cuochi e personale di sala e altre attività della cooperativa.  Le Vallette si aprono così per due sere la settimana: venerdì e sabato. L’ingresso al ristorante è dalle 20 alle 20,30 e la prenotazione è obbligatoria: si dovrà lasciare non solo il proprio nome, ma anche il luogo e la data di nascita. È pur sempre un carcere.

Nel quartiere più periferico di Torino, dove il carcere dava una connotazione di emarginazione, il ristorante diventa un luogo di partenza per nuove vite. «È un progetto al quale lavoriamo da otto anni, dalla nascita della cooperativa Ecosol, quando sono nati i servizi di catering, di gastronomia e anche un panificio», spiega Piero Parente, presidente della cooperativa Ecosol.

Il menù sarà a degustazione e cambierà ogni tre settimane. Le materie prime sono a km più che zero: provengono dal panificio del carcere e dal vivaio (per esempio lo zafferano e le erbe aromatiche). E per la carne? «Abbiamo scelto alcuni produttori locali, come per la verdura», aggiunge Parente. «Liberamensa, ristorante in carcere» è stato disegnato, o, meglio, «ridisegnato», dagli architetti Andrea Marcante e Adelaide Testa (dello studio Uda), che hanno lavorato gratis. «Nulla di ciò che esisteva è stato rimosso – raccontano -. Le grate delle inferriate sono state punteggiate da vetri colorati di design e il pavimento in marmette, così come il perlinato alle pareti, ha trovato nuova dignità, alternandosi alle superfici di ceramica».

Tavoli e sedie? Ricordano quelli delle vecchie scuole: «Sono nuovi – aggiungono dallo studio Uda -: lunghi tavoli a geometria variabile, che rendono possibili diverse combinazioni con sedute di ispirazione “scolastica”, sotto imponenti lampadari in tubo metallico». Uno spazio che vuole rappresentare un percorso si fonde con quello che c’era per diventare «altro». «Un po’ come vorremmo che fosse la vita di chi ci lavora: da dentro a fuori, un giorno». Tutto è stato realizzato con fondi di sponsor di privati e della Compagnia di San Paolo.

Fonte: La Stampa Antonella Mariotti [19/10/2016] – [Licenza (CC BY-NC-ND 4.0)]